giovedì 25 dicembre 2025

Novella 19 - NOVELLA DI NATALE

 

"È Natale! Dio mio, fatti riconoscere!"

Il grido era così forte che giunse fin lassù, fino a Dio. E Dio si mise in cerca di colui che l'aveva invocato.

Le strade erano vuote, e allora Dio entrò in una casa. Come tante altre, una famiglia era a tavola per il pranzo della festa. Bambini, adulti e anziani si passavano vassoi traboccanti di squisite pietanze, a lungo arrostite nei forni elettrici o mescolate con pazienza nei pentoloni di acciaio sui fornelli accesi. Scherzi innocenti, risate, brindisi... Dio ricambiò divertito gli auguri e proseguì la sua strada.

Si trovò nel reparto maternità di una grande clinica. Ma guarda, proprio oggi, a Natale, è nato un bambino! Forse - si disse Dio - lo chiameranno Gino, cioè Gesuino... o magari Natalino! Ma i genitori avevano già deciso di chiamarlo Alberto in onore di uno zio paterno, e non cambiarono idea. Dio sorrise bonario e andò oltre.

Nella città, oltre a tante chiese, avevano costruito una moschea. Un certo numero di fedeli aveva lasciato le scarpe all'ingresso e sostava su un grande tappeto. Per loro il Natale non significava proprio nulla di speciale. Ma le loro preghiere oltrepassavano comunque la grande volta del tetto e in cielo si mischiavano con quelle dei cristiani. Dio ne fu commosso e benedisse quella piccola folla.

Poi si rimise a cercare. Chi sarà stato a invocarlo in modo tanto pressante?

"Buon Dio ti prego, fatti riconoscere! È Natale!" disse ancora, con un filo di voce, l'ammalato dal suo letto di ospedale.

Entrò un'infermiera con la siringa in mano, e con modi esperti gli praticò l'iniezione. Poi mise via l'ago, pose un cerotto sul braccio dell'ammalato e stava quasi per andarsene. Ma all'ultimo si voltò verso di lui, lo guardò negli occhi tristi e con la mano libera dagli attrezzi del mestiere gli dette appena una piccola carezza sulla fronte. Poi uscì in fretta per andare dal prossimo paziente.

L'uomo sorrise. "Grazie, Signore. E buon Natale!"

 

martedì 16 settembre 2025

Novella 18 - FIRENZE CITTA' APERTA

E’ l’alba. Firenze, città di solito avara di riconoscenza, rende grazie al riscaldamento globale: aprile è ancora giovane, ma un sole precoce benedice i turisti che vagano senza una meta apparente, quasi in costume da bagno, lungo le vie del centro. Danno un senso di svogliata pigrizia che la fretta dei commessi del carico e scarico, indaffarati coi loro furgoni di fronte a bandoni mezzi chiusi, non riesce a contrastare. Un camion enorme aggancia un cassonetto e ne preleva rumorosamente il contenuto. Le sofisticate, costosissime ma ormai inutili aperture a chiave dei bidoni, divelte e spalancate come fauci di animali preistorici, lasciano già emergere i miasmi tipici dell’estate.

E’ l’alba dunque, ma per gli studenti delle università per stranieri è ancora la sera prima. Il bicchierone che hanno in mano da ore contiene ancora alcol, acquistato più e più volte nei negozietti di cibo e liquori che hanno sostituito i vecchi atelier di artigiani. Si riconoscono dai cartelli con la scritta “Open 24h” a led rossi lampeggianti in campo nero. Dentro, un sonnacchioso inserviente indiano sorveglia quattro cibarie che nessuno compra, e i liquori che sono il suo core business.

Dal portone di uno dei tanti Student Hotel fa capolino una coppia di americani attempati. L’ultimo titolo di studio devono averlo conseguito nel Kansas qualche decennio fa. A dispetto del nome, qui di studenti nemmeno l’ombra, tanto nessuno controlla. Al piano ammezzato, al lume ancora debole del nuovo giorno, un solerte impiegato amministrativo dai tratti orientali fa i conti dei ricavi di ieri, e prepara il cash pooling: trasferisce il denaro dalla banca locale a quella della casamadre in Olanda. Deduce soltanto lo strettissimo necessario alle spese vive, fra cui il proprio misero stipendio. Di questo ricco business, è tutto ciò che rimane in città.

Intanto un signore con secchio e stracci entra in un appartamentino di via Maffia. E’ il proprietario, e deve fare il cambio di ospiti nel giro di poche ore. Prima viveva lì, ma si è trasferito in un ambiente più confortevole in periferia e affitta la sua casina su internet. Ha resistito alle lusinghe di società anonime, che vorrebbero appropriarsi della gestione. No, lui fa da solo, paga le tasse al Comune, oltre che allo Stato, e anche il netto dei suoi ricavi rimane in circolo a Firenze. Via Maffia, prima luogo di degrado e abbandono, ora è ordinata e tranquilla.

Piano piano si sono fatte le dieci del mattino. Piazza dei Pitti è un grande scivolo di ghiaia cementata che dal Palazzo scende fino alle case di fronte. I turisti in attesa di entrare al museo sono seduti per terra, perché nel Rinascimento le panchine lì non c’erano, e dunque non possono esserci neppure adesso. Una coppia di vigili li fa alzare tutti in piedi, per il decoro. Sono un po’ nervosi, i due, perché oggi sono comandati in via de’Neri, dove si è già radunata la solita ressa davanti a un negozio che vende panini. Lì il mestiere di vigile diventa più complicato: devi farti vedere, magari comparire nei selfie di qualche deficiente, ma non puoi, né devi, disturbare la gente in coda, e neppure quella che, conquistato il panino, siede sui gradini dei palazzi a consumare. Pingui piccioni si contendono avanzi unti di maionese.

Sì, sono le dieci, e turisti ignari già siedono nei déhors dei ristoranti di piazza della Repubblica. I déhors sono orribili fabbricati di metallo e plastica, soggetti alla necessaria ma instabile autorizzazione del Comune, che occupano e ricoprono buona parte della piazza. Da menu provvisti di foto esplicative gli stranieri hanno ordinato spaghetti con meat balls, o una carbonara. Per le 10:30 avranno già consumato il pasto e, per finire, potranno ordinare un bel cappuccino. Solo più tardi, nelle vie dintorno, si infittirà l’andirivieni dei ciclisti con sacca di cibarie sulla schiena, per le consegne a domicilio. Partono un po’ più tardi, perché gli italiani, prevalenti destinatari, rispettano gli orari di pranzo e cena. Le bici sfrecciano in contromano, affrontano semafori rossi e stop con arrogante spavalderia, ma il cibo arriverà in tavola comunque semifreddo.

Dio, Dio, la giornata sarà ancora lunga! Vi prego, ditemi che cosa fare!

Mi avvicino senza neppure accorgermene alla Loggia dei Lanzi, la supero senza fermarmi. Mi metto in coda per gli Uffizi. La coda è lunghissima, quasi più di quella dei panini. La noia, che volevo evitare, mi si para davanti.

Alle undici, senza aver fatto che pochi passi verso l’ingresso, rinuncio e salgo fino al Piazzale Michelangelo. Buona parte della terrazza, che qualche non imparziale definizione vorrebbe “la più bella del mondo”, è occupata da auto e pullman colossali. Mi assale il sogno di un parcheggio sotterraneo, ma non è che una sciocca fantasia: chissà quanti sono i motivi per non farlo. Del resto oggi il famoso Piazzale è ingombro anche di una ventina di tende a padiglione, in bella riga. Si tratta di un cosiddetto “Festival della pizza”, e quello non c’è proprio modo di trasferirlo sotto terra, come sarebbe il caso.

Su un altro lato del Piazzale si sta svolgendo un matrimonio cinese, uno dei tanti. Si tratta di un pacchetto “all inclusive” sempre identico: l’immancabile limousine lunga almeno dieci metri è infiocchettata per l’occasione. La sposa è in bianco, mentre lui è infagottato in un abito che viene passato da uno sposo all’altro senza riguardo per le misure. Fra poco i due saliranno sulla limousine che li porterà in due o tre luoghi precisi per le foto di prammatica: la scala di San Miniato, e poi il monumentale cedro del Libano nel giardino un tempo noto come “Tivoli”, poco più in basso. Lì il fotografo li comanderà a bacchetta, imponendo pose spericolate, baci contorti, abbracci inverosimili, creando loro una memoria di momenti mai accaduti da spedire, forse, ai parenti rimasti in Cina.

La limousine, con le sue dimensioni fuori controllo, contende il parcheggio, peraltro vietato, a una Ferrari rossa fiammante. Un commesso sussiegoso quanto un telecronista sportivo spiega che per 50 euro ti consegnerà la macchina per un giro di 5 minuti sul viale dei Colli. La webcam installata dietro il sedile di guida, se ho ben capito, è compresa nel prezzo. Subito si crea una coda di aspiranti ferraristi, tutti maschi ovviamente. Le mogli, o fidanzate, non so se potranno montare in macchina, o se dovranno aspettare il ritorno di lui, che sfoggerà un sorriso inebriato.

Dio, Dio, quanto è lunga la giornata!

Prendo un “13” e sbarco a Porta Romana. Da lì vorrei andare verso il centro, ma il bus 11, in piazza della Calza, è annunciato dopo ben 45 minuti. Un gruppo di anziani staziona alla fermata. Pare che questo sia il tempo normale di attesa, anche senza considerare i frequenti salti di corse. Dopo un po’ a qualcuno viene un dubbio: non avranno cambiato percorso? Un volontario esce dalla porta e guarda la fermata dei bus sulla destra. Effettivamente un cartello informa che l’11, provvisoriamente, non passa più da via Romana, interrotta per lavori, ma gira all’esterno delle mura. Il volontario, temendo di perdere il prossimo passaggio, non torna indietro fino a noi, ma si sbraccia da lontano, cercando di farci capire che bisogna raggiungerlo. Dò il braccio a un’anziana e ci incamminiamo in gruppo verso la fermata fuori le mura. Ma quando siamo a mezza strada, un 11 arriva sferragliando e imbocca deciso la via Romana…. Si vede che il cartello era vecchio e non aggiornato. Non ce la facciamo a tornare alla fermata, e così il bus è perso! Non rimane che aspettare altri 45 minuti, a meno di incamminarci a piedi. Tento la strada col mio bastone, e rinuncio.

Decido di provare con un taxi. Mi dirigo all’apposita zona di sosta. Ovviamente è vuota e mi accingo ad aspettare con un piccolo gruppetto di altri clienti. Dopo qualche minuto arriva la prima macchina, e dopo pochi altri anche una seconda. Entrambe viaggiavano con la scritta Taxi già spenta. Significa che avevano già fatto partire il tassametro chissà quando, e ovviamente non lo azzerano alla ripartenza. Finalmente arriva anche il mio taxi, e non ho il coraggio di fargli notare che mi sta truffando. Del resto, deve essere una prassi molto comune, come ho potuto capire dalle altre auto prima di questa. E il tassista sfoggia una invidiabile faccia di bronzo. All’arrivo, vicino a piazza del Duomo, il tassametro segna la cifra sbalorditiva di quasi 20 euro, ma il driver preme un misterioso bottone, poi un altro e un altro, e l’importo diventa 28 euro, per un tragitto di un paio di chilometri. La scarna conversazione si è svolta tutta in inglese, perché ormai solo gli stranieri prendono il taxi, e anche io sono stato scambiato per americano.

Il tassista però non ha tutti i torti: la strada è un percorso di guerra fra cantieri, cartelli di pericolo, transenne, sensi unici invertiti… fra tutti i lavori in corso molti sono quelli dell’acquedotto, che infatti fa acqua da tutte le parti. Non si contano le perdite che emergono da sotto la superficie per finire nelle fogne. E le buche nell’impiantito, ormai lontano parente di una strada asfaltata, fanno sobbalzare a ogni metro, mettendo a dura prova gli ammortizzatori. Il tassista mi racconta che tempo fa ha rovinato l’auto con una di queste buche ma il Comune non lo ha voluto risarcire, e il giudice ha respinto la richiesta di ristoro per la ragione che il conducente deve vigilare, e ha tutto il tempo di capire se è il caso o no di entrare nella buca.

La tramvia non arriva dalle mie parti, ma vi salgo per provarla. E’ molto spaziosa e comoda, ci mancherebbe: infatti è un vero e proprio treno, certamente troppo grande per il centro città, ma che ci vogliamo fare? Pare che non vi fossero soluzioni alternative, e che quelle adottate da tante città all’estero fossero tutte incompatibili. Da noi, a Firenze, le soluzioni semplici non sono ammesse. Il percorso della tramvia è una vera linea ferroviaria, con tanto di gradino sopraelevato che impedisce l’attraversamento alle auto. Colossali piloni neri sorreggono un intrico di cavi elettrici, che a Firenze non era possibile interrare come in altre città. Siamo fatti così, noi fiorentini. In alcune vie il treno passa così a ridosso delle case che sfiora il marciapiede. Tutti i parcheggi su strada sono stati eliminati; chi ha un’auto (e chi può permettersi di non averla?) deve cercar posto altrove, e fare centinaia di metri con le borse della spesa per raggiungere casa. Piazza della Libertà e piazza San Marco oggi sono veri e propri snodi ferroviari. In viale Don Minzoni ci sono anche dei respingenti per fine corsa del treno. E qui, per cristiana carità, ci fermiamo anche noi.

 

 

venerdì 23 giugno 2023

Novella 17 - ARCHEO

 DALLA NOSTRA REDAZIONE  Giorno 218 anno 5.023

L’annuncio è di quelli che fanno scalpore. Una spedizione archeologica guidata dal prof. XXX ha scoperto, in una zona centrale dell’isola Italia, a sud del golfo delle Alpi, un antichissimo reperto di materiale cosiddetto cartaceo, con alcune iscrizioni di significato ancora da definire nei dettagli, ma relativamente comprensibile con l’uso della AI. L’eccezionalità del ritrovamento sta nel fatto che l’argomento e la forma dello scritto consentono di gettare nuova luce sulla civiltà da cui sono stati elaborati, modificando radicalmente varie teorie finora circolanti sul modo in cui gli uomini di oltre tremila anni fa pensavano e comunicavano.

Prof. XXX, può dirci qualcosa sulla vostra scoperta?

Innanzitutto, la scoperta è fondamentale perché di quell’epoca rimangono pochissime testimonianze, e quasi nessuna comprende testi scritti. Questo testo, invece, non solo è discretamente ampio e completo, ma sembra anche molto rappresentativo della civiltà da cui proviene, perché tocca vari argomenti di natura sociale e culturale, ed inoltre appare molto raffinato dal punto di vista letterario.

Dunque si tratta di un testo di rilevanza letteraria?

Certamente sì: l’autore doveva essere un uomo di elevata cultura, con ambizioni e consapevolezza delle proprie capacità compositive. Basti pensare all’uso raffinato della rima, ma non solo: la metrica appare impeccabile e sorprendentemente cadenzata, anche grazie all'uso di interessanti inserti fonetici; la scelta delle parole risponde alle esigenze di un componimento letterario formalmente ineccepibile e di alto profilo.

E quanto al contenuto? Si è potuto comprendere il significato delle frasi?

La lingua dell’isola italiana è una fra le più complesse di quel millennio, soprattutto a causa della scarsità dei ritrovamenti. Sembra che si trattasse di una lingua relativamente nobile, ma presto scomparsa a vantaggio di altre, portate da popolazioni dominanti. Tuttavia, l’utilizzo di algoritmi di recente introduzione ha consentito di restituire al testo tutta la sua forza espressiva e di spiegarne pressoché appieno il significato.

Di che si tratta?

Lo definirei un inno alla civiltà del tempo. Che doveva essere molto legata alla terra, alla coltivazione dei campi e all’allevamento degli animali. A noi moderni questi concetti risultano difficili da comprendere, ma all’epoca agricoltura e allevamento erano le prime e quasi uniche fonti per la produzione di cibo. Ecco qui, invece, il quadro descrittivo di un ambiente rurale, dove una sorta di capostipite è interamente dedicato alla cura degli animali. Sorprendente anche la varietà di bestie citate nel brano. Questo è l’aspetto ancora da comprendere, perché non conosciamo gli animali menzionati e non abbiamo riferimenti sufficienti per identificarli fra quelli, per lo più estinti, che dovevano popolare il pianeta in quel millennio.

Possiamo leggere con Lei il testo?

Certamente. Le fornisco il testo in lingua originale. Con la lettura basata sulla fonetica ricostruita dalla AI, si potranno apprezzare le colte e raffinate caratteristiche formali del componimento:

Nella vecchia fattoria, ia ia o

Quante bestie ha zio Tobia, ia ia o

C’era il gatto - miao

Ga ga gatto

C’era il cane - bau

Ca ca cane.

Nella vecchia fattoria, ia ia o

Grazie professore, complimenti per la scoperta e per la chiarezza delle Sue spiegazioni.



venerdì 22 aprile 2022

Novella 16 - A ROTOLI

L’abbiamo trovato riverso sulla scrivania ingombra di carte: la morte deve averlo colto di sorpresa e forse lui non si è neppure accorto di ciò che stava accadendo. Il freddo intenso ha conservato il corpo tanto che non hanno potuto accertare con precisione a quando risalisse il decesso.

Era molto vecchio. La barba, forse non rasata già al momento della morte, ha verosimilmente continuato a crescere anche dopo ed è lunga, bianca di un bianco giallastro e malaticcio. Il corpo appare quasi rachitico, prosciugato dalla cattiva salute e dall’inattività.

Da anni il suo lavoro consisteva nel tentativo di decifrare i famosi rotoli di Ruth-Qum, trovati nel deserto etiope nel 1973 e mai tradotti. Per questo riceveva dall’Università di Stoccarda un modesto assegno mensile, appena sufficiente, a giudicare da ciò che abbiamo trovato, per pagare cibo e affitto, ma non il riscaldamento del minuscolo locale in cui ha trascorso i suoi ultimi anni. Molti si erano cimentati in precedenza con quei testi ma si erano dovuti arrendere. Lui non si era mai arreso, anche se la Facoltà di Lingue Antiche dell’Università cittadina aveva da tempo dimenticato il suo incarico. Lo stipendio gli veniva confermato di anno in anno più per inerzia, se non per compassione, che per interesse.

La maggior parte dei documenti redatti di suo pugno riporta lettere e segni ancor più indecifrabili degli originali pseudo-cuneiformi, disegni appena abbozzati, diagrammi. Molte le cancellature. La maggior parte dei fogli si presenta accartocciata e il cesto a fianco alla scrivania ne è stracolmo. Altre pallottole ingombrano gli angoli e perfino i passaggi.

I libri sono coperti di polvere, come se da tempo il professore li avesse accantonati, lasciati indietro come inutili ingombri per addentrarsi in zone di ricerca non ancora esplorate.

Per dovere di cronaca riporto il testo di un foglio apparentemente intelligibile che sembra costituire la traduzione, finalmente raggiunta, di parte del testo originale. Ma potrebbe anche trattarsi di pure illazioni, di meditazioni personali o di semplici follie senili che nulla hanno a che fare con l’antico manoscritto. Ecco quanto ho potuto trascrivere:

Il Signore è la congiunzione “e”.

In principio il Signore ha creato la Necessità. Stabilito con questo il collegamento fra la causa ed il suo effetto, tutto era pronto.

Il Signore ha quindi creato un piccolo seme, così piccolo che si vedeva appena nel palmo della Sua mano, e lo ha piantato.

In quel seme erano racchiusi tutti gli universi, le stelle e tutte le cose e gli animali e le piante come in seguito si sono sviluppati, tranne l’uomo.

L’uomo ha preso possesso di tutte le cose, piante ed animali nati da quel seme. Ciò che ha ricevuto, ogni uomo dovrà restituirlo un giorno al suo Signore.


domenica 18 aprile 2021

Novella 15: TELECOMANDO

 L'esercizio di solfeggio fu interrotto da un'ambulanza che transitava a sirena spiegata.

Si fermò proprio sotto casa mia, ed io stavo per riprendere a suonare quando ci si mise pure il campanello. Aprii, e la stanza fu invasa da tre individui intabarrati in tute di plastica, il capo coperto da un casco protettivo.
Uno di loro imbracciava un tablet e dirigeva le operazioni. "È lei il signor ***?" "Sono io perché?"
"Deve venire con noi".
"E perché mai?"
"Lei è nella lista - qui risulta che necessita di ricovero urgente"
"Che ricovero e ricovero, io non ho bisogno di nulla."
"Guardi che è un miracolo se le è toccato un posto. C'è un'attesa di mesi!"
"Io non ho chiesto alcun ricovero".
"Eppure lei è in lista, guardi qui (mi mostrò il tablet con una serie di nomi, fra cui il mio). E se c'è, vuol dire che il suo è un caso urgente. Non si agiti, non aiuta e potrebbe peggiorare il suo stato".
"Avrò pure il diritto di rifiutare!"
"Si rifiutano cure non indispensabili - questo invece è un intervento necessario. Non si possono evitare le cure necessarie"
"Ma io sto benissimo..."
"Oggi, ma chi può dire se starà ancora bene domattina? Se il suo nome è scritto qui..."
"Ma di che cura si tratta?"
"Sono solo un infermiere, signore. Questo glie lo potrà dire il Primario. La visita è prevista fra un'ora ma se non ci spicciamo...."
"Protesto, non sono informato!"
"Per quello è previsto il modulo. Lo firmerà prima dell'intervento".
"Intervento? Protesto... mi state trattando come un oggetto...".
"Insomma, la smetta di fare il bambino e si sdrai sulla lettiga per favore".
"Protesto...." dissi ancora debolmente, adagiandomi.
"Va bene va bene, lo spiegherà ai colleghi. Andiamo adesso. Ah un'ultima cosa: incroceremo i suoi vicini, i passanti . Mi raccomando, resti tranquillo e andrà tutto bene. Meglio se ad occhi chiusi: è ciò che la gente si aspetta da uno trasportato in ambulanza".

Il tragitto fu lungo, con la sirena che mi trapanava il cervello. Il personale di bordo aveva smesso di interloquire e tutti erano chiusi in se stessi, in un silenzio assorto. All'arrivo fui prelevato con la lettiga e introdotto in un ambiente semibuio, dove potevo solo intuire la presenza di altri malati.
Finalmente arrivarono due inservienti dall'aria gioviale che mi presero in consegna e iniziarono a spingere la lettiga per un corridoio. Parlavano di non so che permessi sindacali, ferie, congedi.... sembravano, ed erano, del tutto disinteressati a me.
Il tragitto finì davanti a un ascensore, nel quale entrammo tutti e tre, più lettiga, con qualche difficoltà. La questione permessi non era chiara, e la discussione andò avanti finché mi lasciarono, e presumo anche dopo.
Mi avevano depositato in una sala dalle luci abbaglianti, dove si notava un viavai indaffarato di soggetti che non riuscivo a qualificare: infermieri, primari, semplici medici, inservienti.... a un certo punto un tipo in camice verde si accostò e mi apostrofò con un "E allora, si sta bene qua? Caro il mio Carletto, stai pure calmo tanto ci vorrà ancora del tempo". Carletto?
Poi arrivarono altri due, che mi spogliarono dei miei abiti e mi chiusero, si fa per dire, in una specie di camicione di carta molto aperto.  Mi sentivo indifeso e tentai una piccola reazione, ma fu tutto inutile. Un tizio mi porse un foglio intitolato Consenso informato: "Firma qua", fu l'unica cosa che disse. Era impaziente, aveva fretta, e non me la sentii di mettermi a questionare, per cui firmai. Era per mia tutela, soggiunse brevemente.

"Ciao, sono la sostituta del Primario", fece una giovane molto carina, il volto appena celato dalla mascherina protettiva. "Il Professore oggi non è disponibile, e ha lasciato il compito a me. Ti presento la dottoressa anestesista, che mi aiuterà nell'intervento". Anche l'anestesista era poco più che una ragazza. Notai due occhi penetranti e simpatici.
Mi spiegarono qualcosa in più dell'intervento, tipo la presunta durata, che cosa mi sarei dovuto aspettare al risveglio... dopo di che attaccarono la cannula, già inserita nel braccio, ad un tubo proveniente dalla flebo sopra di me. "Conta fino a dieci per favore".
"Uno, due, tre..."

".. Cinque, sei, sette..." "Basta basta, sveglia! Già fatto, come ti senti? Fa male?" "Solo quando rido" tentai di scherzare.  Ma in effetti sentivo assai poco dolore - appena un fastidio nella regione toracica.
"Molto bene. Fra poco l'effetto dell'anestetico sarà passato, ma il dolore non dovrebbe affiorare gran che".

Passai una notte discreta, riuscendo anche a dormicchiare. Altri nella corsia stavano peggio, a giudicare dai lamenti e dalle chiamate agli infermieri.

La mattina la chirurga carina passò a sentire come stavo, scambiò due chiacchiere e mi medicò la ferita. Era un taglio orizzontale sul lato sinistro del torace, rosso scuro per il disinfettante. "Stasera vedrai il Primario e ti spiegherà la situazione", concluse.

"Lei rientra nel programma di terapia precauzionale orientativa adottato dalle autorità sanitarie nei confronti dei soggetti ritenuti a rischio", mi spiegò il Primario con aria professionale. "A rischio di che cosa?" azzardai. "A rischio di compromettere la salute pubblica e la propria con comportamenti al di fuori dei parametri stabiliti". "Quali parametri?" "Non sono pubblici, non mi chieda". "Ma stabiliti da chi?" "Dal Ministero della Salute, ovviamente, in collaborazione con quello dell'Interno. A lei è stato integrato il cuore naturale con un chip artificiale responsivo. Adesso Le consegno uno splendido telecomando e pensi un po', Lei, solo premendo questi tasti, potrà programmare frequenza, intensità e per così dire colore della reazione cardiaca; e poiché da questa dipendono in gran parte anche le emozioni, lei sarà in grado di condizionare il suo stato emotivo, inducendo in se stesso gioia, serenità, sicurezza, ed ogni altro stato positivo, intervenendo a correggere alterazioni negative quali dolore, tristezza, angoscia, ma anche semplice incertezza o disorientamento. Pensi che vantaggio.
E se poi dovesse perdere il telecomando, potrà chiederne una copia!"
Così dicendo mi consegnò un apparecchietto in tutto simile al telecomando del televisore, dove ogni tasto era contrassegnato da una faccina. Tutte le faccine, pur diverse fra loro, erano di tipo lieto. Nessuna era al negativo.
Rimasi senza parole, con quell'aggeggio in mano, e il primario ne approfittò per mandarmi via senza altre cerimonie. Non senza però farmi firmare un assenso alla conservazione, ed eventuale uso, di una copia del telecomando da parte di uno speciale Dipartimento ministeriale ("il Dipartimento si riserva una copia di tutti i telecomandi consegnati, anche per l'eventualità di una programmazione centrale").

Lasciai l'ospedale con una gran tristezza addosso, e senza alcuna voglia di azionare il telecomando per togliermela di dosso. A casa mi sistemai in poltrona e accesi il televisore, ma le uniche notizie riguardavano i grandi successi della medicina, dell'economia, della politica. Che fortuna era toccata in sorte a noi nati in quest'epoca di grande progresso tecnico, in cui le aziende e i governi si prendevano cura della nostra felicità! Spensi il televisore mosso da un inspiegabile rimpianto per quando si stava peggio.

Stavo per guadagnare il letto quando qualcuno bussò alla porta. Dallo spioncino riconobbi la giovane chirurga che mi aveva operato. Si guardava attorno con circospezione,  e appena aprii si intrufolò in casa richiudendo.
"Scusa se ti disturbo, sono qui in incognito. Ho da dirti una cosa importante e molto riservata".
"Riguarda la felicità? Lo so già, qual è il tasto da premere".
"Non è il caso. Il fatto è che il nostro Primario non è molto assiduo in sala operatoria. Anzi, poiché ha fatto carriera per meriti diversi da quelli professionali, in ospedale frequenta solo il suo ufficio, quello dove ti ha ricevuto, e per il resto delega tutto a noi".
Cominciavo a incuriosirmi.
"Vedi - proseguì - non tutti negli ospedali sono d'accordo con la campagna di impianti e con le sue finalità. In particolare io e Bettina, l'anestesista, potremmo definirci... diciamo obiettori di coscienza. Molti soggetti li rimandiamo a casa senza spiegare nulla, perché sono soddisfatti dell'intervento e non chiedono di meglio che potersi comandare le emozioni. Ma tu sei diverso, si vede, e non posso negarti la verità: a nessuno, in realtà, applichiamo il chip nel cuore. La ferita c'è,  ma dentro, i vostri cuori di carne sono ancora intatti! E vuoi sapere come funziona? Tutti azionano il loro telecomando, e sono convinti di modificare le proprie emozioni, mentre invece non azionano un bel nulla...."
"Ma dunque, il mio bel cuore, sotto la pelle, è ancora quello di prima?"
"Proprio così!", sorrise.
Mi prese una gran voglia di abbracciarla e baciarla, ma lei si congedò in fretta. Prima di uscire, però, tirò fuori dalla borsa qualcosa. "Un piccolo ricordo di questa storia", disse.
Era un peluche, un orsacchiotto. La dottoressa prese il telecomando, che era rimasto sul tavolo, e premette il primo pulsante. "Hahahaha!" fece l'orsacchiotto.
Premette il secondo pulsante. "Mmmmmmm!" fece quello scodinzolando....
Allora sì che sbottai in un colossale risata! Ridevo ancora a crepapelle mentre lei, guadagnata la porta e controllato in giro, spariva in quel nulla da cui solo poco prima era apparsa.

Firenze, 18 aprile 2021

martedì 14 luglio 2020

Novella 14: DUEMILA


La notte fra il 30 e il 31 dicembre 1999 il Rag. Crivelli sognò per l’ennesima volta, nel dormiveglia, la sua (incompiuta) azione memorabile: prendere il microfono nel bel mezzo di un’assemblea dei soci dell’azienda dove lavorava come ragioniere capo, per dire con ostentata noncuranza quattro paroline destinate a lasciare il segno, e a lanciarlo nell’empireo degli Amministratori. Nel sogno, un angelo stava curiosamente sospeso sulla sua testa e da una sorta di trombone, che il Crivelli non sapeva chiamarsi cornucopia, versava frutti maturi, in una cornice di fertilità ed abbondanza.
Già, ma quali parole? Ecco il punto non chiaro, il fastidioso dettaglio che al mattino impediva al Crivelli di crogiolarsi in quella persistente impressione che a volte lasciano i sogni più intensi.
Emergere, meditava, è diventato difficile! Un tempo bastava non dico una traversata, o quella tale conquista, ma appena appena scrivere cinquanta righe di racconto, per aspirare alla gloria. Oggi invece oceani, mari, canali, laghi e calotte, nonché trame e soggetti, sono stati esplorati e percorsi in lungo e in largo, e le vette sono tutte quante imbandierate; tutte le storie sono state narrate, e i consigli di amministrazione poi...
L’indomani, in ditta, si preparava la grande festa di capodanno: una benemerita iniziativa del dottor Gottardi cui quasi nessuno aveva osato sottrarsi. Mentre il Crivelli, un po’ controvoglia, addobbava la sua stanza e l’attiguo locale archivio, fu avvisato dalla segretaria che il direttore in persona lo richiedeva.
“Lei sa”, esordì il grande capo senza convenevoli, “della nostra intenzione di aprire una filiale in Brasile. Ebbene, lei è il nostro uomo per questa impresa: è con noi da vent’anni; è ancora giovane (il Crivelli si schernì), non è sposato, e abbiamo deciso di scommettere su di lei. Villa, automobile e stipendio triplicato sono la nostra offerta (e le brasiliane? - aggiunse con fare ammiccante). Senza contare il posto in Consiglio di Amministrazione. Cosa ne dice?”
"Sono lusingato... - disse aggrappandosi ai braccioli della sedia - Vuole la risposta subito?” “Diciamo che vorrei iniziare il millennio sapendo le sue decisioni”. 
Il Crivelli ringraziò, ringraziò di nuovo, e promise.
Nel resto del mattino di quel 31 dicembre 1999 le pratiche sulla sua scrivania subirono un certo rallentamento, anche se attribuirne la ragione ad una privata emozione sarebbe stato difficile per chiunque: l’eccitazione infatti era generale, vera o ostentata che fosse, e tutti combinarono ben poco. Fuori, intanto, continue esplosioni davano anticipato annuncio del trapasso millenario.
Più tardi, nel pomeriggio di libertà, il Crivelli era ancora lì che si godeva il suo momento di gloria. Perché lo era, il suo momento! Quello tanto atteso! Decise di rinviare la risposta all’ultimo minuto, facendola precedere dal massimo della suspence.
Arrivò anche la sera: tutti tornarono in ditta per la festa e il Crivelli bevve, mangiò, fece saltare i tappi; invitò perfino la segretaria per un valzer! Mancavano ormai pochi istanti a mezzanotte quando vide di lontano lo sguardo inquisitore del dottor Gottardi. Mentre si faceva largo sorridendo verso di lui, tra colleghi e consorti festanti, il Crivelli provò mille sensazioni, tutte straordinariamente vivide. Rivide come in sogno, sopra e davanti a sé, l’angelo con la sua profferta di frutti.
La musica e le voci crebbero d’intensità: tutto si concentrò su di lui in un’accecante luminaria, in un vortice di sguardi non più distratti ma attenti al suo incedere.
Egli sentì in quell’attimo la vita finalmente per intero nelle proprie mani. L’angelo si protese, mentre il velo del futuro gli si squarciava innanzi con lampante evidenza. Le parole da dire, che nel sogno mancavano, gli si palesarono senza più dubbio alcuno, e lui le pronunciò chiare e forti: 
“Dottor Gottardi, la mia risposta è NO!”

Si fece un silenzio irreale. Poi il Crivelli girò i tacchi ed uscì dalla sala. 

Mentre scendeva le scale, di certo per l'ultima volta, lentamente si slacciò dal collo la cravatta, la tenne appena appena sospesa ed infine la lasciò cadere su un gradino.

domenica 28 giugno 2020

Novella 13: PENA CAPITALE


Tribunale di Brema (Germania)
Sentenza nr. 151.0195.8 del 28 giugno 2020

Gentile Signore,
questo Tribunale riunito in seduta plenaria L'ha ritenuta colpevole dei reati ascrittiLe, e pertanto La condanna alla pena capitale. 
La sentenza verrà eseguita domani in modalità coperta da segreto, come vuole la prassi.
In considerazione della buona condotta tenuta durante il processo e delle attenuanti generiche, Le viene concesso un giorno di libertà condizionale. Di conseguenza, Lei può sin d'ora lasciare il carcere e tornare a casa per trascorrervi il tempo rimanente, pari a circa 22 ore. Domattina, alle sette precise, due gendarmi muniti di ordini scritti verranno a prelevarLa per condurLa al luogo di esecuzione. Voglia cortesemente, per quell'ora, farsi trovare sveglio, in ordine e pronto al trasferimento.

Vivendo solo, mi sono chiesto: chi vorrei avere accanto in queste ore?
Mia madre assolutamente no... è molto anziana, non sa nulla di tutta la vicenda e preferisco che ne rimanga all'oscuro.
Forse mia sorella? Per carità - ha già i suoi bei guai. Ha assistito fra il pubblico a due udienze, ma poi mi ha fatto sapere che non avrebbe più potuto esserci. Magari verrebbe, però non mi va di disturbarla.
Ho un paio di cugini, ma dopo il mio arresto si sono premurati di far sapere a più persone possibile che da tempo avevano chiuso ogni rapporto con me.
C'è la mia ex, naturalmente. In carcere mi è arrivata una sua lettera piuttosto affettuosa - peccato non averle potuto rispondere: l'avvocato mi aveva vietato di scrivere a chicchessia, per non compromettere la strategia di difesa. Fosse almeno servito a qualcosa! In ogni caso no, non mi sembra opportuno: nel frattempo si è rifatta una vita, e tutto il resto.
Amici ne avevo, certo. Ma non ne trovo nemmeno uno adatto: non ho mai veramente scambiato confidenze; né io con loro, né loro con me. Meglio di no.

A forza di lambiccarmi si è fatta ora di cena. Come vola il tempo, quando si ha da pensare!
Ho aperto il frigorifero, ma erano mesi che nessuno lo faceva e un odore acre ha invaso la cucina. Fa questo effetto la carne, quando si decompone. 
Per fortuna non avevo molta fame: forse per il caldo.

Comunque su qualcuno l'odore di carne avariata esercita una certa attrattiva. Difatti alla finestra si è affacciato un gatto.
La vetrata era spalancata per via dell'odore, ma lui ci ha messo un po' prima di decidersi. Sì sa, i gatti ci vanno sempre prudenti.
Era un grosso gatto rispettabile, dal muso corrugato e le orecchie scorticate da chissà quali e quante battaglie. Doveva essere il re del quartiere, almeno per la colonia felina.
Alla fine è entrato con grande circospezione e si è messo ad annusare ogni angolo. L'ho seguito spostarsi senza fare il minimo rumore; l'ho spiato mentre, era evidente, si faceva un'idea sempre più chiara del luogo e della situazione.
Un gatto.
Infine si è seduto (penso si possa dire così quando un gatto mette a terra il didietro, restando con le zampe davanti diritte) ed ha iniziato a guardarmi negli occhi.
Ora io non sono sicuro che con quello sguardo volesse proprio dirmi ciò che ho inteso; però lui continuava a fissarmi con un'aria... un'aria che definirei mista di commiserazione e di simpatia. Ma non solo questo. Anche di vaga presa in giro. 
Più questo grosso gatto mi guardava, e più io mi sentivo a disagio. Anzi, dirò di più: iniziavo a sentirmi un gran minchione!
Ho riconsiderato la mia situazione complessiva, e l'ho trovata insoddisfacente. Per la prima volta mi sono sentito vittima di una sorta di macchinazione.
Ho anche pensato che non tutto era deciso e scolpito nel marmo come sembrava.

Ci ho pensato su ancora a lungo, durante quella notte. 

Alle sette meno un quarto mi sono alzato dalla sedia, ho dato una carezza al gattone, che nel frattempo si era appisolato, ho aperto la porta e me ne sono uscito con calma. Fuori non c'era nessuno: la fuga, da queste parti, non è ritenuta un rischio. Ho girato a sinistra e ho seguito la strada per una lunga tratta; successivamente mi sono fatto guidare dall'istinto.

Adesso sto scrivendo all'ombra di un grande tiglio. Grazie a quel gatto sono sollevato, allegro e senza alcun rimorso per aver contravvenuto alla legge. Non so se mi stanno cercando. Ne dubito, e comunque non sarà facile trovarmi, in questa remota isola felice.