domenica 18 aprile 2021

Novella 15: TELECOMANDO

 L'esercizio di solfeggio fu interrotto da un'ambulanza che transitava a sirena spiegata.

Si fermò proprio sotto casa mia, ed io stavo per riprendere a suonare quando ci si mise pure il campanello. Aprii, e la stanza fu invasa da tre individui intabarrati in tute di plastica, il capo coperto da un casco protettivo.
Uno di loro imbracciava un tablet e dirigeva le operazioni. "È lei il signor ***?" "Sono io perché?"
"Deve venire con noi".
"E perché mai?"
"Lei è nella lista - qui risulta che necessita di ricovero urgente"
"Che ricovero e ricovero, io non ho bisogno di nulla."
"Guardi che è un miracolo se le è toccato un posto. C'è un'attesa di mesi!"
"Io non ho chiesto alcun ricovero".
"Eppure lei è in lista, guardi qui (mi mostrò il tablet con una serie di nomi, fra cui il mio). E se c'è, vuol dire che il suo è un caso urgente. Non si agiti, non aiuta e potrebbe peggiorare il suo stato".
"Avrò pure il diritto di rifiutare!"
"Si rifiutano cure non indispensabili - questo invece è un intervento necessario. Non si possono evitare le cure necessarie"
"Ma io sto benissimo..."
"Oggi, ma chi può dire se starà ancora bene domattina? Se il suo nome è scritto qui..."
"Ma di che cura si tratta?"
"Sono solo un infermiere, signore. Questo glie lo potrà dire il Primario. La visita è prevista fra un'ora ma se non ci spicciamo...."
"Protesto, non sono informato!"
"Per quello è previsto il modulo. Lo firmerà prima dell'intervento".
"Intervento? Protesto... mi state trattando come un oggetto...".
"Insomma, la smetta di fare il bambino e si sdrai sulla lettiga per favore".
"Protesto...." dissi ancora debolmente, adagiandomi.
"Va bene va bene, lo spiegherà ai colleghi. Andiamo adesso. Ah un'ultima cosa: incroceremo i suoi vicini, i passanti . Mi raccomando, resti tranquillo e andrà tutto bene. Meglio se ad occhi chiusi: è ciò che la gente si aspetta da uno trasportato in ambulanza".

Il tragitto fu lungo, con la sirena che mi trapanava il cervello. Il personale di bordo aveva smesso di interloquire e tutti erano chiusi in se stessi, in un silenzio assorto. All'arrivo fui prelevato con la lettiga e introdotto in un ambiente semibuio, dove potevo solo intuire la presenza di altri malati.
Finalmente arrivarono due inservienti dall'aria gioviale che mi presero in consegna e iniziarono a spingere la lettiga per un corridoio. Parlavano di non so che permessi sindacali, ferie, congedi.... sembravano, ed erano, del tutto disinteressati a me.
Il tragitto finì davanti a un ascensore, nel quale entrammo tutti e tre, più lettiga, con qualche difficoltà. La questione permessi non era chiara, e la discussione andò avanti finché mi lasciarono, e presumo anche dopo.
Mi avevano depositato in una sala dalle luci abbaglianti, dove si notava un viavai indaffarato di soggetti che non riuscivo a qualificare: infermieri, primari, semplici medici, inservienti.... a un certo punto un tipo in camice verde si accostò e mi apostrofò con un "E allora, si sta bene qua? Caro il mio Carletto, stai pure calmo tanto ci vorrà ancora del tempo". Carletto?
Poi arrivarono altri due, che mi spogliarono dei miei abiti e mi chiusero, si fa per dire, in una specie di camicione di carta molto aperto.  Mi sentivo indifeso e tentai una piccola reazione, ma fu tutto inutile. Un tizio mi porse un foglio intitolato Consenso informato: "Firma qua", fu l'unica cosa che disse. Era impaziente, aveva fretta, e non me la sentii di mettermi a questionare, per cui firmai. Era per mia tutela, soggiunse brevemente.

"Ciao, sono la sostituta del Primario", fece una giovane molto carina, il volto appena celato dalla mascherina protettiva. "Il Professore oggi non è disponibile, e ha lasciato il compito a me. Ti presento la dottoressa anestesista, che mi aiuterà nell'intervento". Anche l'anestesista era poco più che una ragazza. Notai due occhi penetranti e simpatici.
Mi spiegarono qualcosa in più dell'intervento, tipo la presunta durata, che cosa mi sarei dovuto aspettare al risveglio... dopo di che attaccarono la cannula, già inserita nel braccio, ad un tubo proveniente dalla flebo sopra di me. "Conta fino a dieci per favore".
"Uno, due, tre..."

".. Cinque, sei, sette..." "Basta basta, sveglia! Già fatto, come ti senti? Fa male?" "Solo quando rido" tentai di scherzare.  Ma in effetti sentivo assai poco dolore - appena un fastidio nella regione toracica.
"Molto bene. Fra poco l'effetto dell'anestetico sarà passato, ma il dolore non dovrebbe affiorare gran che".

Passai una notte discreta, riuscendo anche a dormicchiare. Altri nella corsia stavano peggio, a giudicare dai lamenti e dalle chiamate agli infermieri.

La mattina la chirurga carina passò a sentire come stavo, scambiò due chiacchiere e mi medicò la ferita. Era un taglio orizzontale sul lato sinistro del torace, rosso scuro per il disinfettante. "Stasera vedrai il Primario e ti spiegherà la situazione", concluse.

"Lei rientra nel programma di terapia precauzionale orientativa adottato dalle autorità sanitarie nei confronti dei soggetti ritenuti a rischio", mi spiegò il Primario con aria professionale. "A rischio di che cosa?" azzardai. "A rischio di compromettere la salute pubblica e la propria con comportamenti al di fuori dei parametri stabiliti". "Quali parametri?" "Non sono pubblici, non mi chieda". "Ma stabiliti da chi?" "Dal Ministero della Salute, ovviamente, in collaborazione con quello dell'Interno. A lei è stato integrato il cuore naturale con un chip artificiale responsivo. Adesso Le consegno uno splendido telecomando e pensi un po', Lei, solo premendo questi tasti, potrà programmare frequenza, intensità e per così dire colore della reazione cardiaca; e poiché da questa dipendono in gran parte anche le emozioni, lei sarà in grado di condizionare il suo stato emotivo, inducendo in se stesso gioia, serenità, sicurezza, ed ogni altro stato positivo, intervenendo a correggere alterazioni negative quali dolore, tristezza, angoscia, ma anche semplice incertezza o disorientamento. Pensi che vantaggio.
E se poi dovesse perdere il telecomando, potrà chiederne una copia!"
Così dicendo mi consegnò un apparecchietto in tutto simile al telecomando del televisore, dove ogni tasto era contrassegnato da una faccina. Tutte le faccine, pur diverse fra loro, erano di tipo lieto. Nessuna era al negativo.
Rimasi senza parole, con quell'aggeggio in mano, e il primario ne approfittò per mandarmi via senza altre cerimonie. Non senza però farmi firmare un assenso alla conservazione, ed eventuale uso, di una copia del telecomando da parte di uno speciale Dipartimento ministeriale ("il Dipartimento si riserva una copia di tutti i telecomandi consegnati, anche per l'eventualità di una programmazione centrale").

Lasciai l'ospedale con una gran tristezza addosso, e senza alcuna voglia di azionare il telecomando per togliermela di dosso. A casa mi sistemai in poltrona e accesi il televisore, ma le uniche notizie riguardavano i grandi successi della medicina, dell'economia, della politica. Che fortuna era toccata in sorte a noi nati in quest'epoca di grande progresso tecnico, in cui le aziende e i governi si prendevano cura della nostra felicità! Spensi il televisore mosso da un inspiegabile rimpianto per quando si stava peggio.

Stavo per guadagnare il letto quando qualcuno bussò alla porta. Dallo spioncino riconobbi la giovane chirurga che mi aveva operato. Si guardava attorno con circospezione,  e appena aprii si intrufolò in casa richiudendo.
"Scusa se ti disturbo, sono qui in incognito. Ho da dirti una cosa importante e molto riservata".
"Riguarda la felicità? Lo so già, qual è il tasto da premere".
"Non è il caso. Il fatto è che il nostro Primario non è molto assiduo in sala operatoria. Anzi, poiché ha fatto carriera per meriti diversi da quelli professionali, in ospedale frequenta solo il suo ufficio, quello dove ti ha ricevuto, e per il resto delega tutto a noi".
Cominciavo a incuriosirmi.
"Vedi - proseguì - non tutti negli ospedali sono d'accordo con la campagna di impianti e con le sue finalità. In particolare io e Bettina, l'anestesista, potremmo definirci... diciamo obiettori di coscienza. Molti soggetti li rimandiamo a casa senza spiegare nulla, perché sono soddisfatti dell'intervento e non chiedono di meglio che potersi comandare le emozioni. Ma tu sei diverso, si vede, e non posso negarti la verità: a nessuno, in realtà, applichiamo il chip nel cuore. La ferita c'è,  ma dentro, i vostri cuori di carne sono ancora intatti! E vuoi sapere come funziona? Tutti azionano il loro telecomando, e sono convinti di modificare le proprie emozioni, mentre invece non azionano un bel nulla...."
"Ma dunque, il mio bel cuore, sotto la pelle, è ancora quello di prima?"
"Proprio così!", sorrise.
Mi prese una gran voglia di abbracciarla e baciarla, ma lei si congedò in fretta. Prima di uscire, però, tirò fuori dalla borsa qualcosa. "Un piccolo ricordo di questa storia", disse.
Era un peluche, un orsacchiotto. La dottoressa prese il telecomando, che era rimasto sul tavolo, e premette il primo pulsante. "Hahahaha!" fece l'orsacchiotto.
Premette il secondo pulsante. "Mmmmmmm!" fece quello scodinzolando....
Allora sì che sbottai in un colossale risata! Ridevo ancora a crepapelle mentre lei, guadagnata la porta e controllato in giro, spariva in quel nulla da cui solo poco prima era apparsa.

Firenze, 18 aprile 2021

martedì 14 luglio 2020

Novella 14: DUEMILA


La notte fra il 30 e il 31 dicembre 1999 il Rag. Crivelli sognò per l’ennesima volta, nel dormiveglia, la sua (incompiuta) azione memorabile: prendere il microfono nel bel mezzo di un’assemblea dei soci dell’azienda dove lavorava come ragioniere capo, per dire con ostentata noncuranza quattro paroline destinate a lasciare il segno, e a lanciarlo nell’empireo degli Amministratori. Nel sogno, un angelo stava curiosamente sospeso sulla sua testa e da una sorta di trombone, che il Crivelli non sapeva chiamarsi cornucopia, versava frutti maturi, in una cornice di fertilità ed abbondanza.
Già, ma quali parole? Ecco il punto non chiaro, il fastidioso dettaglio che al mattino impediva al Crivelli di crogiolarsi in quella persistente impressione che a volte lasciano i sogni più intensi.
Emergere, meditava, è diventato difficile! Un tempo bastava non dico una traversata, o quella tale conquista, ma appena appena scrivere cinquanta righe di racconto, per aspirare alla gloria. Oggi invece oceani, mari, canali, laghi e calotte, nonché trame e soggetti, sono stati esplorati e percorsi in lungo e in largo, e le vette sono tutte quante imbandierate; tutte le storie sono state narrate, e i consigli di amministrazione poi...
L’indomani, in ditta, si preparava la grande festa di capodanno: una benemerita iniziativa del dottor Gottardi cui quasi nessuno aveva osato sottrarsi. Mentre il Crivelli, un po’ controvoglia, addobbava la sua stanza e l’attiguo locale archivio, fu avvisato dalla segretaria che il direttore in persona lo richiedeva.
“Lei sa”, esordì il grande capo senza convenevoli, “della nostra intenzione di aprire una filiale in Brasile. Ebbene, lei è il nostro uomo per questa impresa: è con noi da vent’anni; è ancora giovane (il Crivelli si schernì), non è sposato, e abbiamo deciso di scommettere su di lei. Villa, automobile e stipendio triplicato sono la nostra offerta (e le brasiliane? - aggiunse con fare ammiccante). Senza contare il posto in Consiglio di Amministrazione. Cosa ne dice?”
"Sono lusingato... - disse aggrappandosi ai braccioli della sedia - Vuole la risposta subito?” “Diciamo che vorrei iniziare il millennio sapendo le sue decisioni”. 
Il Crivelli ringraziò, ringraziò di nuovo, e promise.
Nel resto del mattino di quel 31 dicembre 1999 le pratiche sulla sua scrivania subirono un certo rallentamento, anche se attribuirne la ragione ad una privata emozione sarebbe stato difficile per chiunque: l’eccitazione infatti era generale, vera o ostentata che fosse, e tutti combinarono ben poco. Fuori, intanto, continue esplosioni davano anticipato annuncio del trapasso millenario.
Più tardi, nel pomeriggio di libertà, il Crivelli era ancora lì che si godeva il suo momento di gloria. Perché lo era, il suo momento! Quello tanto atteso! Decise di rinviare la risposta all’ultimo minuto, facendola precedere dal massimo della suspence.
Arrivò anche la sera: tutti tornarono in ditta per la festa e il Crivelli bevve, mangiò, fece saltare i tappi; invitò perfino la segretaria per un valzer! Mancavano ormai pochi istanti a mezzanotte quando vide di lontano lo sguardo inquisitore del dottor Gottardi. Mentre si faceva largo sorridendo verso di lui, tra colleghi e consorti festanti, il Crivelli provò mille sensazioni, tutte straordinariamente vivide. Rivide come in sogno, sopra e davanti a sé, l’angelo con la sua profferta di frutti.
La musica e le voci crebbero d’intensità: tutto si concentrò su di lui in un’accecante luminaria, in un vortice di sguardi non più distratti ma attenti al suo incedere.
Egli sentì in quell’attimo la vita finalmente per intero nelle proprie mani. L’angelo si protese, mentre il velo del futuro gli si squarciava innanzi con lampante evidenza. Le parole da dire, che nel sogno mancavano, gli si palesarono senza più dubbio alcuno, e lui le pronunciò chiare e forti: 
“Dottor Gottardi, la mia risposta è NO!”

Si fece un silenzio irreale. Poi il Crivelli girò i tacchi ed uscì dalla sala. 

Mentre scendeva le scale, di certo per l'ultima volta, lentamente si slacciò dal collo la cravatta, la tenne appena appena sospesa ed infine la lasciò cadere su un gradino.

domenica 28 giugno 2020

Novella 13: PENA CAPITALE


Tribunale di Brema (Germania)
Sentenza nr. 151.0195.8 del 28 giugno 2020

Gentile Signore,
questo Tribunale riunito in seduta plenaria L'ha ritenuta colpevole dei reati ascrittiLe, e pertanto La condanna alla pena capitale. 
La sentenza verrà eseguita domani in modalità coperta da segreto, come vuole la prassi.
In considerazione della buona condotta tenuta durante il processo e delle attenuanti generiche, Le viene concesso un giorno di libertà condizionale. Di conseguenza, Lei può sin d'ora lasciare il carcere e tornare a casa per trascorrervi il tempo rimanente, pari a circa 22 ore. Domattina, alle sette precise, due gendarmi muniti di ordini scritti verranno a prelevarLa per condurLa al luogo di esecuzione. Voglia cortesemente, per quell'ora, farsi trovare sveglio, in ordine e pronto al trasferimento.

Vivendo solo, mi sono chiesto: chi vorrei avere accanto in queste ore?
Mia madre assolutamente no... è molto anziana, non sa nulla di tutta la vicenda e preferisco che ne rimanga all'oscuro.
Forse mia sorella? Per carità - ha già i suoi bei guai. Ha assistito fra il pubblico a due udienze, ma poi mi ha fatto sapere che non avrebbe più potuto esserci. Magari verrebbe, però non mi va di disturbarla.
Ho un paio di cugini, ma dopo il mio arresto si sono premurati di far sapere a più persone possibile che da tempo avevano chiuso ogni rapporto con me.
C'è la mia ex, naturalmente. In carcere mi è arrivata una sua lettera piuttosto affettuosa - peccato non averle potuto rispondere: l'avvocato mi aveva vietato di scrivere a chicchessia, per non compromettere la strategia di difesa. Fosse almeno servito a qualcosa! In ogni caso no, non mi sembra opportuno: nel frattempo si è rifatta una vita, e tutto il resto.
Amici ne avevo, certo. Ma non ne trovo nemmeno uno adatto: non ho mai veramente scambiato confidenze; né io con loro, né loro con me. Meglio di no.

A forza di lambiccarmi si è fatta ora di cena. Come vola il tempo, quando si ha da pensare!
Ho aperto il frigorifero, ma erano mesi che nessuno lo faceva e un odore acre ha invaso la cucina. Fa questo effetto la carne, quando si decompone. 
Per fortuna non avevo molta fame: forse per il caldo.

Comunque su qualcuno l'odore di carne avariata esercita una certa attrattiva. Difatti alla finestra si è affacciato un gatto.
La vetrata era spalancata per via dell'odore, ma lui ci ha messo un po' prima di decidersi. Sì sa, i gatti ci vanno sempre prudenti.
Era un grosso gatto rispettabile, dal muso corrugato e le orecchie scorticate da chissà quali e quante battaglie. Doveva essere il re del quartiere, almeno per la colonia felina.
Alla fine è entrato con grande circospezione e si è messo ad annusare ogni angolo. L'ho seguito spostarsi senza fare il minimo rumore; l'ho spiato mentre, era evidente, si faceva un'idea sempre più chiara del luogo e della situazione.
Un gatto.
Infine si è seduto (penso si possa dire così quando un gatto mette a terra il didietro, restando con le zampe davanti diritte) ed ha iniziato a guardarmi negli occhi.
Ora io non sono sicuro che con quello sguardo volesse proprio dirmi ciò che ho inteso; però lui continuava a fissarmi con un'aria... un'aria che definirei mista di commiserazione e di simpatia. Ma non solo questo. Anche di vaga presa in giro. 
Più questo grosso gatto mi guardava, e più io mi sentivo a disagio. Anzi, dirò di più: iniziavo a sentirmi un gran minchione!
Ho riconsiderato la mia situazione complessiva, e l'ho trovata insoddisfacente. Per la prima volta mi sono sentito vittima di una sorta di macchinazione.
Ho anche pensato che non tutto era deciso e scolpito nel marmo come sembrava.

Ci ho pensato su ancora a lungo, durante quella notte. 

Alle sette meno un quarto mi sono alzato dalla sedia, ho dato una carezza al gattone, che nel frattempo si era appisolato, ho aperto la porta e me ne sono uscito con calma. Fuori non c'era nessuno: la fuga, da queste parti, non è ritenuta un rischio. Ho girato a sinistra e ho seguito la strada per una lunga tratta; successivamente mi sono fatto guidare dall'istinto.

Adesso sto scrivendo all'ombra di un grande tiglio. Grazie a quel gatto sono sollevato, allegro e senza alcun rimorso per aver contravvenuto alla legge. Non so se mi stanno cercando. Ne dubito, e comunque non sarà facile trovarmi, in questa remota isola felice.

Novella 12: PARLARE STRANO


Fu verso i sei anni che Gennaro smise di parlare. Così, da un giorno all'altro: senza una ragione, non proferì più verbo.
I genitori dapprima ci scherzarono su; poi provarono a risolvere il problema da soli. Visto il totale insuccesso, sempre più preoccupati, portarono il figlio dai migliori medici della città, ma risultò che l'apparato acustico e quello vocale erano in perfetto ordine; allora consultarono un valente psichiatra, il quale certificò che anche quanto a testa Gennaro era perfettamente normale.
Infine, disperati, si misero nelle mani di un noto psicanalista. Questi ebbe Gennaro in cura per oltre un anno. Sedute in perfetto mutismo da cui solo lui, lo psicanalista appunto, diceva di ricavare preziose informazioni, anche se sempre allo stato embrionale e tutte da verificare. Passò poi ad analizzare i genitori. 
Per farla breve, non riuscì a risolvere il problema; però identificò nella madre la colpevole, perché fin dal tempo dell'allattamento...
Così, un'ombra ulteriore si insinuò fra i due coniugi già tanto provati: lei infatti aveva l'impressione che il marito, per quanto cercasse di consolarla, sotto sotto credesse a quella assurda spiegazione.
Finì che la madre, per protesta, smise di parlare anche lei, e in casa si produsse un silenzio irreale, rotto soltanto, ma di rado, dalle imprecazioni del padre quando aveva esaurito la sua dose di santa pazienza. Perfino Bunny, il cagnolino, sembrava che capisse, e si atteneva a un prudente riserbo. Tranne quando passava il camion della raccolta rifiuti: allora non sapeva resistere, e abbaiava furiosamente finché quello non era scomparso dietro la curva della strada.
Passarono i mesi, e poi passarono gli anni. La madre aveva ripreso a parlare di fronte a un tubino di Armani, adocchiato nella vetrina di un negozio. Quanto a Gennaro, invece, il padre aveva convinto gli insegnanti a interrogarlo solo per iscritto. Da parte loro, quelli erano stati ben lieti di accettare, visto che Gennaro era di gran lunga il meno guastafeste di tutti i compagni.
Studiava con un certo profitto: eccelleva nelle materie umanistiche, e il liceo classico fu la scelta più naturale quando si trattò di trovare una superiore adatta a lui. Ma quanto a parlare, nulla di nulla.
Pian piano i genitori si abituarono, o meglio si rassegnarono a quella stranezza. Di amici Gennaro non ne aveva molti, ma quelli che aveva parlavano parecchio loro, e si contentavano di vederlo annuire, o al contrario esprimere dinieghi.

Finché un giorno, anzi proprio il giorno che Gennaro compiva 16 anni, il vecchio Bunny gli si accostò mugolando, e Gennaro rispose.
Rispose con voce ferma e chiara.
Ma rispose così:

Del tuo giorno, Bunny,
s'appresta l'occaso.
Di gioie e d'affanni
in cerca col naso
non correrai più. 

Figuriamoci i genitori! Si precipitarono da lui e gli si rivolsero con voci trèpide, chiedendogli questo e quello. Anche il cagnolino faceva festa, pur senza capire che cosa gli fosse stato detto di tanto importante. 
Il fatto è che neppure i genitori avevano ben capito che cosa avesse detto esattamente.
Ma non importava! Gennaro aveva parlato!
E lui riprese, rivolto a loro stavolta:

È salda la voce 
ma incerto il mio cuore.
Un vincolo atroce,
un vivo dolore
opprime il mio petto,
conturba il mio detto!

"Ma..."
"Embè? Parla in versi - tagliò corto il padre - E' strano sì, ma gli passerà". 
Non sarebbe andata proprio così.

venerdì 22 maggio 2020

Novella 11: 2B


"Psss. pssss...." bisbigliava una voce da dentro una buca. "pssssss"!!!
Una luce accecante proveniva da un faro situato proprio davanti a me. Non ci capivo niente: non sapevo che posto fosse quello, né come diavolo ci fossi capitato.

Alzai gli occhi e rimasi di stucco: dietro la voce, laggiù sullo sfondo, c'era una gran folla compostamente seduta nella penombra. Guardavano tutti me: evidentemente si aspettavano qualcosa!

"Psssss, psssssss....." insisteva l'omino dalla sua buca, ormai disperato.
Rimandai a più tardi tutti gli interrogativi: bisognava rispondere a tono altrimenti, è chiaro,  sarebbe stato uno scandalo!

"pssssss......." ripeté l'omino un'ultima volta. 

Era la mia battuta, e alla fine la dissi, pur con voce incerta e poco espressiva. Il pubblico fu percorso da un fremito di approvazione ed io capii che, per quanto del tutto involontariamente,  ero risultato profondo e commovente: 

"Essere, o non essere?"


lunedì 11 maggio 2020

Novella 10: DOGANA


Raggiunsi la frontiera a bordo della mia Audi nuova fiammante. Gli agenti doganali furono cortesi, anche se vollero controllare il portabagagli. Poi mi fu dato il via libera solo con un’alzata di sguardo.
Guidai lentamente oltre gli uffici di confine, finché la strada riprese diritta e larga come era stata prima. Allora premetti nuovamente sull’acceleratore, assaporando la sensazione di sicurezza che mi si trasmetteva dai pedali e dalla presa sul volante.
Fu dopo circa dieci chilometri che notai, sulla destra, a lato della carreggiata, una grossa voragine di forma tondeggiante, tanto vicina da apparire quasi pericolosa per la circolazione. Strano che non sia segnalata, pensai: qui sono sempre così scrupolosi! Proseguendo ne vidi altre, più piccole e non così a ridosso. Che stiano facendo una piantumazione di alberi di alto fusto?
Si fece buio in fretta, cosa normale vista la stagione. La strada era adesso completamente deserta, e i miei fari erano gli unici a solcare la notte. Poco dopo, però, iniziarono a vedersi altre luci; fuori del tracciato, per lo più oblique rispetto al senso di marcia. Erano quasi tutte ferme, e nei coni di visuale che esse creavano si vedeva ben poco, appena qualche arbusto. Trattori impegnati in lavori notturni, pensai. Brutto segno per il tempo: vuol dire che è prevista pioggia domani, e i contadini vogliono terminare l’aratura. La cosa mi dette un lieve fastidio, subito sopito dall’ottima musica che proveniva da un CD in movimento nel baule posteriore.
Ancora qualche chilometro e incontrai un posto di blocco. Si vedevano i fari rivolti verso di me, i cartelli di alt sistemati sull’asfalto, e le sagome degli agenti con le armi in pugno o a tracolla. Quando mi fermai, uno di loro si avvicinò con una mitraglietta al braccio. Aveva una faccia inespressiva. Mi chiese i documenti, parola che capii perché è un po’ uguale in tutte le lingue; ma il resto non lo afferrai. Aveva usato di sicuro un dialetto locale, non avendo notato nel buio la targa straniera.
Visti i documenti miei e della macchina, mi chiese ancora qualcosa di incomprensibile. Allargai le braccia, chiedendomi cos’altro servisse. Forse la carta verde? Glie la mostrai fra le cose che aveva già in mano, ma la cosa non gli andò a genio. Chiamò un collega, anche lui armato, col quale confabulò brevemente. Poi quest’ultimo si rivolse a me storpiando la mia lingua. Voleva il lasciapassare! Che lasciapassare? gli chiesi. Non rispose, ma intanto fu chiamato ancora qualcuno, che si rivelò un superiore, con le stellette sulla tuta mimetica. Ricontrollò anche lui tutto quanto, poi mi chiese di scendere dalla macchina.
Obbedii controvoglia. Proprio mentre stavamo camminando verso una baracchetta che era il quartier generale del posto, si sentì una sirena di allarme, e un forte rumore di motori in arrivo. Tutti urlavano e correvano. Anche quelli che erano con me gridavano, e corsero verso il bordo della strada.
Capii improvvisamente che si trattava di aerei: i coni di luce si avvicinavano dall’alto illuminando la scena. Poi iniziarono i colpi di mitragliatrice, bombe, e la risposta con mitra e fucili di chi stava a terra. Ero il più esposto di tutti, perché per la sorpresa ero rimasto in mezzo alla strada. Fu una carneficina: Quando tutto fu finito si sentirono i rantoli dei feriti, le imprecazioni, i richiami dei sopravvissuti, e mi resi conto di quanto fossi stato fortunato a cavarmela senza neppure un graffio.
Si udirono anche ordini secchi, grida concitate, rumore di scarponi sul selciato stravolto. Adesso era buio completo, perché i fari erano stati spenti in fretta e furia all’inizio dell’attacco. Nella confusione, istintivamente mi diressi alla mia macchina. Anch’essa era intatta. Nessuno badava più a me.
Mi misi alla guida, accesi e partii, prima con cautela, poi più rapidamente. Sentii confusamente le grida di chi era più vicino, il rumore di motori rimessi in marcia, una sventagliata di mitra che fortunatamente non colse nel segno. Ormai ero lontano, e evidentemente nessuno ritenne opportuno inseguirmi.
Ma dove ero capitato?

Novella 9: DIGIUNO UNIVERSALE


Tutto iniziò verso il 2035. Allora avevo appena sessant'anni; oggi ne ho centodieci, e ultimamente la memoria mi gioca brutti tiri; però quel tempo lo ricordo ancora alla perfezione.
Ho usato il termine "iniziare", ma avrei dovuto dire "terminò": sì, perché giusto cinquant'anni fa nel mondo si smise di scrivere.
Fu un processo relativamente breve: per prima scomparve la poesia, uccisa dal disinteresse del pubblico; poi scarseggiarono i romanzi e i racconti, fino a sparire completamente. Rimasero i trattati storici e scientifici: di medicina, di astronomia e di tutte le scienze, anche se presero via via una piega sempre meno teorica e più applicativa.
Ormai, a cinquant'anni di distanza, si è perso perfino il ricordo di che cosa fosse una storia narrata. Nessuno ne sente più il bisogno, e credo che siamo rimasti soltanto noi vecchi, e pochi perfino fra di noi, a coltivare la nostalgia dei capolavori del passato. 
Ho in casa una parete attrezzata a libreria e ogni giorno spolvero i vecchi libri che la popolano: il dottor Zivago, la Divina Commedia, i Miserabili, .....
Una volta usavo anche il libro elettronico... com'è che si chiamava? No, non mi viene; ma poi sono cambiati i protocolli, i formati, non so bene che cosa, e i testi sono diventati illeggibili. L'apparecchio del resto non si accende, né si ricarica più. 
I libri di carta invece sono ancora lì e mi piace sfogliarli, sottolineare le frasi più profonde, coltivarne l'uso segreto in un mondo che non sospetta la mia grande passione.
Più volte negli ultimi anni mi sono domandato la causa di tutto questo. E più volte mi ha tormentato il dubbio che qualcosa si potesse fare per non dimenticare, per coltivare la capacità di esprimersi e di raccontare; ma i processi così rapidi e su così vasta scala hanno ragioni profonde che non possono essere contrastate con la buona volontà, con lo stimolo alle coscienze, o peggio con la costrizione scolastica. Bisogna rassegnarsi: l'umanità ha cambiato passo, come tante altre volte è accaduto nella storia; ed ogni volta ci sono state vittime, rimpianti, vani tentativi di tornare indietro. E non è detto che quei tentativi fossero tutti meritevoli: io stesso mi domando se non abbiano ragione tutti gli altri ed io sia diventato soltanto un vecchio brontolone, come sono quei pensionati che non capiscono più gli altri e accusano gli altri di non capirli.
Certo non si può escludere che sacche di narrativa o di poesia sopravvivano in remote contrade del mondo; ma si tratta di sfridi destinati ad essiccarsi via via che la civiltà si espande in nuove aree e impone le sue norme.

Qualche tempo fa, un giorno ho notato che la posizione dei testi in libreria non era la stessa di prima. Ho pensato di aver fatto confusione, e ho rimesso tutto a posto nell'ordine maniacale che desidero. Ma anche il giorno dopo, e quello dopo ancora, qualcuno aveva toccato e spostato alcuni dei libri.
Mi sono messo a spiare la domestica, alla quale avevo intimato di non avvicinarsi neppure a quella parete perché provvedo personalmente alla sua pulizia; ma niente, lei non ha fatto proprio nulla. Eppure l'indomani i libri erano di nuovo in disordine.
E così è ancora oggi: ogni mattina trovo libri fuori posto! 
"Qualcuno dei miei ha deciso di farmi perdere la ragione!" penso turbato. Non sono ancora decrepito, e ho ancora la speranza di campare qualche anno; però magari il mio genero scalpita, e mi si è messo contro? Ma no, non voglio abbandonarmi alla mania di persecuzione, e poi sospetti tanto ignobili mi ripugnano!
Ma allora? I movimenti continuano, non in modo sistematico o seguendo un disegno, ma in modo apparentemente casuale: un giorno trovo i Buddenbrock fra i libri di Rilke, un altro il Don Quijote a fianco dei Promessi Sposi.... Non me ne capacito. Veglio di notte finché posso, ma non riesco a cogliere il responsabile sul fatto. Ultimamente è diventata una vera ossessione e temo di impazzire davvero!

Oggi compio centoundici anni, e mi sono svegliato più tardi del solito. La luce si insinua nelle fessure della persiana chiusa e certamente là fuori un sole tiepido annuncia non so che anticipo di primavera. La mia tensione si è allentata, sento che qualcosa sta per accadere. Lo avverto distintamente, ma non so altro. Fra poco irromperanno i parenti più stretti per gli auguri di prammatica. È consolante, ma non è questo che serve, non è questo!

Sul tavolo c'e una busta piuttosto voluminosa: un regalo del mio nipotino sedicenne per il suo bisnonno. 
Inforco gli occhiali e apro. C'è un fascicolo scritto con mano ancora infantile ed incerta.

Inizia così: "C'era una volta..."